La Terapia Metacognitiva Interpersonale

La Terapia Metacognitiva Interpersonale nasce negli ultimi 20 anni per intervenire su alcuni aspetti che altri tipi di terapie non riescono a trattare. In particolare, pazienti gravi o con disturbi di personalità sembrano rispondere poco ad altri trattamenti perché meno focalizzati su aspetti nucleari del funzionamento. Infatti, alla base della maggior parte delle forme di sofferenza psicologica vi è la difficoltà a comprendere il proprio mondo interiore (ad esempio identificare le proprie emozioni o comprendere cosa esattamente le abbia scatenate, afferrare motivazioni, pensieri), a comprendere cosa gli altri pensano e sentono, e a utilizzare tali conoscenze per migliorare la vita di relazione. Chiamiamo questo insieme di competenze abilità metacognitive. Le difficoltà del loro funzionamento da un lato generano sofferenza e dall’altro rendono problematico il mantenimento di un rapporto funzionale con gli altri.

Il dolore emotivo è forte e spesso mal gestito, poco regolato, patito. Ciò rinforza l’idea di non avere armi per affrontare emozioni intense come rabbia, vergogna, tristezza. Di conseguenza, i pazienti possono farsi pervadere da questi stati interni oppure possono spegnersi e privarsi di una vita ricca e soddisfacente, restando bloccati ed inermi senza perseguire desideri e bisogni legittimi e raggiungibili. 

I deficit metacognitivi possono sostenere e rendere poco chiaro lo “schema maladattivo interpersonale” che è il modo attraverso cui leggiamo gli eventi ed il modo in cui ci rappresentiamo noi stessi e gli altri. Questo è strettamente collegato alle nostre esperienze avverse ripetutesi nel tempo che ci fanno entrare nella relazione già con un’idea condizionata che vizierà il comportamento, genererà emozioni negative e darà vita a cicli interpersonali disfunzionali. Quindi, gli schemi sono il modo in cui il nostro passato influenza fortemente il presente. Ad esempio, se tante volte abbiamo sperimentato un giudizio severo in risposta al nostro desiderio di autonomia, e di conseguenza abbiamo iniziato a sentirci cattivi ogni volta che emergeva in noi tale desiderio, è facile che nel presente, da adulti, ci sentiamo profondamente incerti su noi stessi e incapaci di prendere serenamente decisioni libere perché, a livelli profondi, quella parte di sé che si sente sbagliata se agisce e pensa autonomamente, emerge spontaneamente sotto forma di emozioni negative e inibizione nelle scelte. Persone che desiderano essere stimate e partono dalla convinzione che gli altri li criticheranno se li conosceranno meglio, di riflesso saranno portate a sperimentare facilmente sentimenti come colpa o vergogna che bloccheranno anche la realizzazione delle proprie mete. Persone che hanno ricevuto rifiuti e disprezzo al loro desiderio di amore tenderanno a sentirsi profondamente insicure o addirittura rabbiose nelle relazioni affettive.

Proprio per questo la TMI mira a migliorare la metacognizione, identificare gli schemi interpersonali, modificarli, impedendo al paziente di attuare delle strategie di fronteggiamento disfunzionali come la ruminazione, il rimugino oppure l’uso di sostante o altri comportamenti che invece di lenire il dolore possono creare altri sintomi o amplificare il malessere.

Alla fine di una Terapia Metacognitiva Interpersonale il paziente saprà:
– identificare pensieri, emozioni e ciò che predispone determinati comportamenti;
– leggere meglio la mente degli altri;
– regolare stati emotivi interni, evitando di adottare strategie poco o per nulla funzionali;
– promuovere relazioni più sane;
– riconoscere il proprio schema maladattivo ed il modo in cui esso condiziona le scelte e le relazioni;
– accedere a nuove parti di sé, spesso nascoste ed in ombra, promuovendo il cambiamento, direzionando la propria vita verso relazioni più sane ed attività più soddisfacenti.

Durante il percorso terapeutico, il paziente è parte fondamentale del processo di cura. Egli vi prende parte non semplicemente in modo passivo, ossia come colui cui la cura è destinata, ma la cura diviene possibile solo grazie alla sua partecipazione attiva. Nella TMI, il terapeuta tiene molto ad instaurare col paziente una relazione positiva, alla pari e collaborativa, esplorando e riducendo eventuali tensioni e facendo sì che la seduta sia il più possibile vitale e, in sé stessa, fattore di cura. Fin dalle prime sedute il terapeuta presta attenzione alla qualità della relazione, riconoscendo precocemente segnali di conflitto, mancanza di condivisione, sfiducia, chiusura o demoralizzazione da parte del paziente. Scoprire che nella relazione terapeutica i problemi possono essere superati è una fonte importantissima di cambiamento: il paziente sperimenta nuove modalità di gestione dei problemi, oltre al fatto che le idee che aveva su di sé e sugli altri possono essere messe in discussione, che relazioni positive e benefiche esistono e possono essere raggiunte. 

Un ultimo aspetto della relazione riguarda la definizione dei ruoli terapeuta-paziente. La TMI dà molta importanza all’autenticità della relazione e a fattori umani quali calore, cordialità, empatia, rispetto reciproco, dialogo aperto su elementi condivisi, ma tutto ciò si svolge nel rispetto dei ruoli prestabiliti e senza violare i confini necessari alla terapia. Ogni tipo di comunicazione troverà sempre il terapeuta pronto ad accoglierla e a discuterla come un qualsiasi altro contenuto importante, nel pieno rispetto della sensibilità del paziente. La relazione terapeutica diventa, quindi, fonte preziosissima di informazione per capire il mondo interno del paziente.

Un terapeuta TMI è formato per garantire ai pazienti un trattamento di valore e di impatto. Per tale motivo, nella nostra rete di professionisti, assieme ai colleghi, seguiamo seminari, corsi di aggiornamento continui, supervisioni individuali e di gruppo con terapeuti più esperti, e ci dedichiamo alla continua ricerca di nuove tecniche e di nuovi approcci da integrare. Non per ultimo, siamo costantemente invitati dai nostri supervisori ad essere attenti e consapevoli di quello che proviamo in seduta, nel vivo del tempo che condividiamo coi nostri pazienti, per accedere a contenuti cognitivi, emotivi e corporei rilevanti nella “danza relazionale”.